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I Nostri Editoriali

L'IMPORTANZA DELLA PSICOLOGIA IN AMBITO MEDICO SANITARIO

29/12/2010

Sappiamo come una notevole parte del disagio che cerca ascolto presso la medicina, in particolare la medicina di base, è di natura psicosociale.

Anche il disagio che prende forme somatiche nella maggior parte dei casi riconosce cause anche (o soprattutto) psicosociali (relazionali, intrapsichiche, storico/traumatiche, ciclo di vita ecc.).

Per molti anni e ancora oggi i concetti di “mente e corpo” vengono utilizzati separatamente, riducendo così metodologicamente il campo immediato di indagine, ma noi psicologi sappiamo che non sono realtà separate.

Questa ricerca di cui vi parlerò tra poco è in opposizione rispetto ad un'ottica, che sta prendendo piede nelle strutture sanitarie o, peggio, nella cultura sanitaria e in quella generale, per cui lo psicologo viene chiamato nella maggior parte dei casi ad occuparsi di malati incurabili o inguaribili di fronte ai quali la medicina è più o meno impotente (scopo ufficiale quello “umanitario” di “sostenere”, “assistere” persone in condizioni di grave disagio, scopo non ufficiale quello di alleggerire il medico dal peso di uno scacco difficilmente sostenibile all'interno di un'ottica più centrata sul “curare” che sul “prendersi cura”).

Se da una parte non dobbiamo dimenticare le ricerche che hanno mostrato una sopravvivenza doppia nei malati di tumore che partecipino ad una psicoterapia di gruppo mi sembra a dir poco riduttivo riservare l'intervento della psicologia ai malati inguaribili o terminali, in un'ottica che finisce per essere soprattutto di “assistenza umanitaria” più che di operatività professionale e in cui la figura dello psicologo finisce per sovrapporsi a quella del sacerdote. (Luigi Solano Tra mente e corpo, Raffaello Cortina Editore.)

La Psicologia, se correttamente utilizzata, può fare molto di più, agendo direttamente su quelle che proporrei ormai di chiamare cause di malattia, non più concause. Questa potenzialità della Psicologia potrebbe incontrarsi con una domanda sempre più diffusa nel pubblico: nel caso di persone ufficialmente ancora sane, una domanda di salute, una salute non più intesa come assenza di malattia, ma come il maggior livello possibile di benessere; quest'ultima domanda purtroppo trova ancora attualmente espressione piuttosto confusa, nel ricorso agli oroscopi, ai maghi, ai guaritori, ai fiori di Bach, alle tisane, alle diete, ai massaggi, alla chirurgia estetica. La Psicologia ha qualche risposta da dare a questo tipo di domande.

Un tentativo notevole in questa direzione è appunto lo sviluppo di quella che è stata chiamata Psicologia della Salute: il tentativo cioè di porsi in un'ottica non più di riparazione del danno ma di promozione della salute.

La ricerca che vi accennavo ha come titolo: Medico e psicologo nello stesso ambulatorio
(
La prevenzione che nessuno vuole finanziare.)

Luigi Solano, docente dell'Università La Sapienza di Roma, da dieci anni mette in pratica la sperimentazione. Abbattendo i costi della spesa farmaceutica del 20%.

Il Professor Luigi Solano, docente di Psicosomatica della facoltà di Psicologia all’Università la Sapienza di Roma  racconta: “La nostra esperienza ha aiutato molte persone a scoprire che spesso la malattia è strettamente collegata alla particolare situazione che si sta vivendo. E questo può avere un effetto molto più potente di qualsiasi farmaco”.
Bisogna partire da due considerazioni. Da una parte i medici che a volte fanno sempre fatica a occuparsi del paziente in quanto persona, e quindi ad accogliere tutta quella quota di disagio (che ormai è stimata almeno al 50%) che pur presentandosi come somatico, nasconde in realtà tutt’altre origini, che sono di natura psicosociale.
Dall’altra bisogna fare i conti con i pregiudizi molto forti che ancora gravano sulla psicologia clinica. Dal medico siamo abituati ad andarci tutti. Ce l’abbiamo da quando nasciamo, e ci viene assegnato gratuitamente. Con l’idea che siamo anche tenuti ad andarci quando stiamo male. Dallo psicologo, invece, c’è l’idea che ci vanno solo alcune persone un po’ particolari. Il risultato è che, parafrasando la famosa battuta di Woody Allen: “Si va dallo psicologo soltanto dopo essere stati a Lourdes”.
Lo studio medico quindi ci è sembrato il luogo elettivo per inserire la figura dello psicologo, con il compito di affiancare il medico e raccogliere la domanda di tutti coloro che si presentano. Questo ci consente di intervenire nelle prime fasi del disagio. In una situazione così difficile, nel momento in cui lo psicologo sta lì per tutti, e non si corre il rischio di venire etichettati, cambia tutto. Le persone si sentono improvvisamente legittimate a parlare di cose che non siano il disagio somatico e i sintomi.
La nostra esperienza è stata condotta all’interno della Scuola di specializzazione in Psicologia della Salute dell’Università “La Sapienza” di Roma.

Hanno partecipato 11 psicologi, sono stati coinvolti 8 studi medici, ciascuno per la durata di 3 anni.
Lo psicologo è presente una volta a settimana nello studio medico e vede tutti i pazienti, tranne quelli che fanno esplicita richiesta di essere visitati unicamente dal medico (questa evenienza si è presentata solo 4 volte). Questa impostazione si è dimostrata già sufficiente per produrre dei risultati e degli effetti.
Lo psicologo ascolta quello che la persona dice e interviene nel contesto della visita. In alcuni casi, non frequenti, propone degli incontri a parte (al massimo dieci) durante i quali sviluppa il problema insieme alla persona. In un numero ancora più ridotto di casi si arriva a fare un invio il più possibile corretto a specialisti della salute mentale.               

Scopo dello psicologo non è primariamente quello di curare le persone, ma di dare un senso al sintomo che viene portato, soprattutto se esso è di natura somatica, all’interno del contesto di vita della persona. Questo è nella maggior parte dei casi sufficiente ad arrestare un percorso medico che porta a spese inutili, a un’etichetta di malato, o addirittura – quando la persona non trova ascolto – a una escalation di disturbi sempre più gravi. Il senso primario del nostro lavoro è far sì che la persona esca dallo studio medico non pensando di avere una malattia ma pensando di avere un problema.
Spesso abbiamo sentito il paziente dire: “Da un mese ho delle vertigini, vorrei fare una Tac”. Se questo problema non trova un ascolto adeguato, il medico prescriverà la Tac. Se disgraziatamente questa dovesse rilevare qualche reperto casuale, si rischia di arrivare a sottoporsi a ulteriori e più invasivi esami innescando un circuito perverso che può rivelarsi anche rischioso per il paziente.

In tre anni ogni psicologo ha registrato l’incontro con 700 persone su 1500 circa. Tra queste è stato riscontrato un disagio psicosociale a volte anche piuttosto serio nel 40-60% dei casi. Il disagio riguarda per lo più problematiche coniugali, familiari, tra genitori e figli, le dinamiche con la famiglia di origine o le problematiche legate alle fasi del ciclo di vita: scuola, lavoro, pensionamento. Insomma, tutti i passaggi cruciali della vita.
Siamo riusciti ad analizzare la spesa sanitaria nel 2007, quando lo psicologo non c’era, e a paragonarla con quella del 2009, dopo due anni di “copresenza”. Abbiamo riscontrato una riduzione della sola spesa farmaceutica (escludendo quindi tutte le spese per esami di laboratorio), sul totale degli assistiti, di 75.000 euro l’anno, rispetto a una spesa totale di circa 400mila euro. Una riduzione dei costi pari quasi al 20%. Cosa comporta questo?
Intanto un grosso danno per le case farmaceutiche. Non mi soffermo su questo dato e sulle conseguenze negative che potrebbe avere per il nostro progetto.

Alla fine di questi tre anni, come reagivano i pazienti alla “scomparsa” dello psicologo?
I pazienti, ma anche i medici, sono sempre molto dispiaciuti. D’altra parte i tentativi fatti finora per trovare una forma di retribuzione che ci consentisse di prolungare la permanenza degli psicologi non sono andati a buon fine.
Cosa allora si dovrebbe tentare di fare?

Innanzitutto una sperimentazione ufficiale, concordata con la Asl, con persone già formate, su almeno 4-6 ambulatori, per poter verificare in modo più preciso i benefici su pazienti e medici, e gli effetti sulla spesa sanitaria.

Tomassoni, M., Solano, L. (2003): Una base più sicura: esperienze di collaborazione diretta tra medici e psicologi. Franco Angeli, Milano.

 

Il Consigliere 

                                                                                                                     Dott.ssa Anna Russo

UNA SEGNALAZIONE IMPORTANTE

22/10/2010

È da tempo che in Campania si sente parlare di una “ri-organizzazione” delle risorse e degli assetti della Sanità a causa di un deficit economico oramai decennale.

All’interno di questo quadro vogliamo segnalare che l’ASL Napoli 3 Sud ha sospeso per il momento, crediamo con l’implicito intento di “risparmiare”, l’erogazione del servizio di psicoterapia sia singola che familiare, come mono-terapia, all’interno dei centri di riabilitazione convenzionati. In altre parole gli utenti dei centri, per lo più bambini e giovani adolescenti ed i loro familiari,  che prima vedevano accolta la richiesta del loro medico prescrittore di poter seguire un percorso solamente di tipo psicoterapico, ora vedono in gran parte tale richiesta rigettata.

La motivazione addotta per tale provvedimento dall’ASL Napoli 3 Sud è da un punto di vista giuridico ineccepibile, per quanto a nostro avviso miope sia su un piano etico-professionale che su un piano strettamente economico. L’ufficio riabilitazione dell’ASL non ha fatto altro che interpretare in maniera restrittiva la norma vigente che regolamenta l’erogazione del servizio di psicoterapia all’interno dei centri di riabilitazione. Tale ordinamento prevede che il percorso psicoterapico, come tutti i servizi previsti all’interno di un centro di riabilitazione, vada iscritto all’interno di un percorso riabilitativo; ovvero secondo quest’ultima interpretazione la psicoterapia deve essere associata ad un'altra terapia per poter essere accettata, come se la presenza di un secondo tipo di terapia, come ad esempio la logopedia, testimoni di per sé la presenza di un progetto riabilitativo.

Senza entrare nel merito di ogni singolo caso, si potrebbe fare notare che un taglio così di netto che non va ad esaminare quanto fatto dall’utente in precedenza e non fa altro che non rilevare che, come spesso accade, la psicoterapia, singola o familiare che sia, non è altro che la conclusione di quel percorso riabilitativo più ampio richiesto dalla stessa ASL.

Inoltre da un punto di vista strettamente economico quanto risparmiato nell’immediato non è garanzia di un risparmio effettivo a beneficio dell’ASL. Reputiamo infatti questo provvedimento poco lungimirante. Studi presenti in letteratura testimoniano come l’interruzione brusca, quale può essere un mancato rinnovo, di un percorso psicoterapico comporta dei peggioramenti, a carico degli utenti, nell’immediato futuro e non solo. A tali peggioramenti l’ASL dovrà poi comunque far fronte, magari vedendosi costretta questa volta ad accettare richieste di percorsi psicoterapici associati ad un qualche altro tipo di terapia, divenuta necessaria proprio a causa di quella “brusca” interruzione che la stessa Azienda Sanitaria ha provocato. Ci chiediamo quindi a questo punto dove è il reale risparmio?

A queste obiezioni di carattere meramente economico si associano poi considerazioni di natura etico-professionale.  Ci chiediamo infatti secondo quale principio la mera presenza di un trattamento logopedico, o ancora di psicomotricità, è di per sé testimonianza della presenza di un progetto riabilitativo a 360 gradi ed al contrario la semplice presenza del solo percorso psicoterapico non è sufficiente garanzia che lo stesso progetto sia presente?

Come Associazione di Giovani Psicologi, che ha, tra le sue mission, quella di favorire la diffusione di una cultura psicologica all’interno della società civile, non possiamo che condannare una visione della psicologia quale mero accessorio, come quella che palesemente si può evidenziare da provvedimenti del genere.

Crediamo infine che questo tipo di provvedimento determini un pericoloso precedente, proprio perché fa passare l’implicito messaggio che tutto ciò che è attinente alla sfera della psicologia è un qualcosa assimilabile ad un bene di lusso e, quindi, per pochi e, nel caso di un servizio pubblico, eliminabile o quanto meno ridimensionabile.

L’Associazione GiPA ha quindi deciso di intraprendere questa battaglia che, a nostro avviso, è soprattutto di natura etico-professionale. A tale proposito ci impegneremo a far sì che la notizia di quanto sta accadendo circoli quanto più possibile all’interno dell’ambiente psicologico e medico, ma anche e soprattutto all’interno dell’opinione pubblica.

Concludo invitando quindi tutti i nostri soci ad inviarci idee e proposte al riguardo.

Il Segretario

Fabio Matascioli

DUE ESPERIENZE INTERESSANTI

18/09/2010

 

Cari amici e colleghi,

durante l’ultima settimana ho avuto la possibilità di prendere parte a due iniziative di interesse nazionale che sono state promosse dall’Ordine degli Psicologi della Campania, e delle quali vorrei darvi un breve resoconto.

L’esecutivo della Campania ha permesso agli iscritti che ne facciano richiesta di partecipare come osservatori alle sedute del consiglio. Per ovvie ragioni, il numero di partecipanti è limitato, ma è una iniziativa di trasparenza che va sostenuta da tutti noi interessati in un modo molto semplice: facendo richiesta di partecipare. Per le informazioni che ho, l’unico altro Ordine regionale che ha già in piedi questa iniziativa è quello della Lombardia. Chiunque abbia la possibilità, si faccia portavoce e spinga questa proposta nel proprio ordine di appartenenza, perché ogni iniziativa che va nella direzione della trasparenza e della partecipazione degli iscritti sarà sostenuta dalla GiPA.

Devo dire però che all’iniziativa lodevole ha fatto da contraltare un’esperienza contraddittoria: ho notato una considerevole perdita di tempo a causa di alcuni consiglieri presenti al solo scopo di "rallentare i lavori", e non per proporre idee utili per il miglioramento del nostro status professionale. Per noi giovani e liberi professionisti il tempo è molto importante, e il non essere arrivati a discutere tutti i punti all'ordine del giorno è un risultato mancato. Altri consiglieri, invece, hanno individuato problematiche nei temi proposti e suggerito soluzioni: è questo l’atteggiamento che mi piacerebbe vedere in tutti.

Si è svolto poi il 16 settembre 2010 il 1° Meeting Nazionale Giovani Consiglieri Ordine Psicologi a Roma. È un tentativo di fare sistema fra i giovani consiglieri, e ovviamente noi come GiPA siamo molto interessati a che le problematiche comuni siano portate in discussione presso tutti gli ordini.

Il numero di giovani consiglieri, in rapporto al numero di iscritti è sicuramente ancora basso, ma comunque più alto rispetto agli altri anni. Di certo vedere che le problematiche sono simili in ogni regione ci deve dare un incoraggiamento ancora maggiore ad interessarci alle politiche dei nostri ordini. Un elemento che è emerso da più consiglieri è il necessario raccordo tra politica e pratica professionale: le associazioni di professionisti devono essere coinvolte perché sono sul territorio e raccolgono intorno a loro stesse risorse e problematiche professionali importanti.

Sperando che a questo primo meeting nazionale ne facciano seguito altri, chiudo ricordando che gli ordini si muovono per via istituzionale creando contenitori e spazi, che poi devono essere riempiti da noi professionisti con le nostre capacità e competenze. Invito quindi tutti i nostri soci ad inviarci idee e proposte.

Il Presidente

Giovanni D' Amore

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